domenica 9 ottobre 2011

KENGIRO AZUMA - Maestro Zen

" Noi diamo all'argilla la forma di un vaso,
ma è il vuoto al suo interno che conterrà
ciò che vogliamo ".
Zen







Nella puntata del 18 Settembre 2011 di Passepartout, Philippe Daverio incontra Kengiro Azuma, scultore ottantenne di origine giapponese , che vive a Milano da più di mezzo secolo.

Mi ha molto emozionato, commosso, incantato ascoltare Azuma, con semplicità ha parlato sul senso profondo della vita, sul coraggio, sulla continua ricerca, sull’essenza delle cose, sul vuoto e sul pieno, con quello spirito tipico della cultura Zen.





























Mi sono riconosciuta nel pensiero di Azuma, pratico meditazione, yoga e shiatzu, dello Zen amo la semplicità, amo togliere piuttosto che aggiungere, ricerco il vuoto interpretandolo come libertà, benessere, tranquillità e armonia, ho un rifiuto del pieno che è eccessivo, caotico, anche se non esiste il vuoto senza il pieno e viceversa.


Una storia Zen :


« Nan-in, un Maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il te. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il te, poi non riuscì più a contenersi e disse . “ E’ ricolma. Non ce n’entra più!”.
" Anche tu come questa tazza sei pieno - dice Nan-in. Se prima non ti svuoti come posso io insegnarti qualcosa ?" .



Kengiro Azuma nasce in Giappone nel 1926, in una famiglia di artigiani del bronzo che fondevano le campane dei templi, i portaincenso, i portacandele.

La sua famiglia apparteneva alla setta Zen del buddismo giapponese.
A 17 anni lasciato il Liceo Classico, entra all’Accademia Aeronautica della Marina Militare Giapponese, il Giappone era in piena guerra, e divenne pilota, partecipando ai combattimenti e volontariamente divenne Kamikaze.































Ha sempre pensato che l’Imperatore è un Dio per il quale è un onore immolarsi, e quindi è disposto ad offrire la sua vita all’Imperatore e alla Patria.

Durante la guerra, ai piloti , per evitare ripensamenti – racconterà - viene fornito il carburante per sola andata, e siamo sovraeccitati da quello che ci inculcano, un mio carissimo amico gli tocca partire una settimana prima di me, e quattro giorni dopo il suo sacrificio, la guerra finisce.Dopo questa tragica esperienza della guerra, si rende conto che l’Imperatore non era Dio, ma un uomo normale.
Comincia a sentirsi confuso, vuoto dentro, disperato, questa scoperta lo disorienta perché l’Imperatore era la sua Fede, la sua vita e improvvisamente non era più niente, aveva perso tutto.
A 21 anni si sentiva finito e non aveva più la forza di continuare a vivere.
Finchè una notte – racconta – ho sognato di essere nel mondo dell’ arte, finalmente sereno .
Ha iniziato, quindi, ad avvicinarsi al mondo dell’arte, sperando di ritrovare la spiritualità che colmasse il vuoto che aveva dentro.
E’ tornato al Liceo e poi all’Università d’Arte di Tokyo, studiando scopre la scultura di Marino Marini, i cavalli di Marini gli ricordano quelli dei palazzi imperiali e delle tombe cinesi. Decise di conoscere il Maestro italiano, ma allora era difficile uscire dal Giappone, l’unico modo era attraverso una borsa di studio, che vincerà nel 1956.
































Arrivò a Milano a 30 anni, e cominciò a frequentare l’Accademia di Brera, Marino Marini era il suo maestro in Accademia, e dopo alcuni anni Azuma divenne suo assistente.

Azuma all’inizio si ispirava alle sculture di Marini, il quale continuava a ripetergli che doveva trovare la sua strada, che era giapponese, doveva ispirarsi alle radici della sua cultura, agli insegnamenti buddisti.
In quegli anni frequenta anche Lucio Fontana, dal quale attinge la geometria, e piano piano ritrova se stesso, ritrova la sua filosofia Zen che è alla base delle sue opere.


















Racconta : « Ogni oggetto presenta un dualismo tra gli opposti, come il pieno e il vuoto, il bene e il male, il sole e la pioggia, il dolce e il piccante, Europa-Oriente, Nord – Sud. Ciò che ha guidato la mia ricerca è l’interesse per il Mu (vuoto), che è invisibile, come l’anima, la fantasia, il sogno, l’aria. Il Mu, pur opponendosi allo Yu (pieno) ha bisogno di quest’ultimo per manifestarsi. Alla base di ogni mia opera c’è, infatti, il disegno che, frutto dei miei pensieri è invisibile. Ma per completare il lavoro, devo andare oltre il disegno e dar forma all’invisibile » .























Il 1961 rappresenta un anno importante per Azuma, in quanto segna un passaggio da una pratica figurativa legata a Marini, ad una astratta più indipendente e l’ispirazione arriva casualmente, come racconta « osservando una catasta di cassette di legno per la frutta, riesco a cogliere una cadenza ritmica tra “pieni” e “vuoti”, creando degli assemblaggi accostando i listelli di legno delle cassette e gettando sopra una colata di gesso su cui, poi, intervengo con piccoli segni o fori ».

Nasce la serie dei Mu, lastre di bronzo, con in mezzo il vuoto, la serie delle piccole e grandi
sculture a forma di Goccia , che rappresentano per Azuma la pioggia, diversi modi di piovere, con diverse forme e con diverse sensazioni di percepire la pioggia, la serie degli animali, a comporre
un piccolo zoo .


















Tutta la sua opera nasce dal pensiero, dalla ricerca sul mistero della vita, dal tentativo di rendere visibile l’invisibile trasformandolo in bronzo, legno, pietra, perciò è suggestiva, di quella spiritualità e rigorosa simbologia tipica della filosofia Zen.



Ha scritto Azuma: “In tutti questi anni vissuti in un paese straniero ho inserito nella mia attività di scultore, dentro certe forme, tanto le cose della natura quanto aspetti diversi del pensiero umano che si plasma nella realtà quotidiana, così come il mio personale modo di vivere. Sono pienamente convinto che la vita non è altro che un incessante sforzo diretto all’avvicinamento dell’assoluto. Che cosa è l’assoluto? Mi pare che la vita e l’arte siano completamente immerse nel mistero, è una ricerca, un giorno faccio una cosa, poi il giorno dopo un’altra: prove in continuazione. Con questa teoria continua la mia vita e nascono il coraggio di fare e la spinta forte verso il grande mistero della Vita. Questo è il tema della mia ricerca, non so cosa sia giusto o no, ma so che non esiste una cosa certa e che il coraggio sta nella ricerca stessa di cosa vuol dire vivere o no”.



































Le opere di Kengiro Azuma sono esposte nei Musei di tutto il Mondo.



Il Vuoto in fisica è l’assenza di materia in un volume di spazio, per il taoismo il vuoto, Mu, Yin, è costitutivo dell’universo quanto il Pieno.

Nelle tradizioni culturali orientali il Vuoto è sinonimo di apertura, ricchezza e libertà.
Il Vuoto, in Oriente, è "come una caverna, ricolma di nulla, ma pronta e disponibile a ricevere, e a dare, con molte disponibilità e possibilità di trasformazione".
Il Vuoto affonda le sue radici nel Taoismo cinese, e nel Buddismo in India, si sviluppa poi, in Giappone, grazie all’influsso che il Buddismo della Scuola Zen ha esercitato nelle arti.
Infatti, nell’arte orientale, la forma è vuoto e il vuoto è forma, tutto è un continuo mutamento, invece di rappresentare un oggetto, viene rappresentato il Vuoto tra le cose, ed è ciò che fa la differenza .






























All’interno del Sutra Del Cuore, : « …Poiché tutte le cose sono vuoto, non c'è forma, percezione, impulsi, coscienza; non esistono occhio, orecchio naso, lingua, corpo, intelletto; non esiste colore, voce, olfatto, gusto, tatto, legge; non c'è né il mondo che si vede né il mondo della coscienza, non ci sono tenebre né fine delle tenebre, né vecchiaia né morte, né inesistenza di vecchiaia e di morte… » questo passo non significa che non esiste nulla e che tutto è vuoto, il vuoto di cui si parla nello Zen è un pieno di tutto.



Per il Taoismo “Vuoto” è una “via” per raggiungere l’ordine cosmico e la pace interiore, occorre "svuotare la mente", lasciar fluire la natura delle cose e la propria natura, trovando la propria armonia in relazione all'universo, la ricerca va fatta nel silenzio della meditazione che insegna a tornare all'esperienza più profonda di sè per percepire la consapevolezza, l'essenza, a seguire il proprio cuore, per raggiungere i tre gioielli del Tao, che sono: compassione, semplicità e pazienza, interpretati anche come amore, moderazione e umiltà, mette pace e freno fra desideri ed emozioni contrastanti .



Il più celebre e chiaro riferimento al vuoto che la tradizione taoista ci ha insegnato è quello contenuto nel Tao Te Ching : “Trenta raggi nella ruota di un carro convergono nel mozzo che è il centro. Ma nel centro non c'è nulla ed è proprio per questo che funziona! Se plasmate una tazza dovete creare una cavità: è il vuoto che la rende utile. In una casa o in una stanza sono gli spazi vuoti (le porte e le finestre) che la rendono utilizzabile. Tutti usano ciò di cui sono fatti per fare ciò che fanno, ma senza il loro nulla non sarebbero niente.”




" Conoscere gli altri è saggezza; ma conoscere se stessi
è saggezza superiore.
Imporre la propria volontà agli altri, è forza;
ma imporla a se stessi, è forza superiore.
Essere sufficienti per se stessi è la vera ricchezza;
governare se stessi è il vero carattere ".

Tao Te Ching

lunedì 22 agosto 2011

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE A RUDERSDORF BERLINO










Tutto quello chiamato “usato” o “vecchio”, dai mobili, alle stoffe, ai libri, agli edifici ecc., ha sempre avuto un grande fascino su di me fin da quando ero piccola.
Mi è sempre piaciuto immaginare quello che contenevano i vecchi mobili delle nostre nonne, le belle stoffe dei vestiti, ma anche quelle dei vecchi materassi a righe con ancora le tracce della lana che ospitavano, i libri con le pagine ingiallite, insomma tutto quello che si trova nei mercatini, e nei luoghi piu’ disparati, che hanno gia’ avuto una loro vita, una loro storia, oggetti, materiali che amo rielaborare facendoli rivivere nella loro semplicità.








Un grande fascino, su di me, hanno anche le zone di degrado, le fabbriche abbandonate, macchinari, edifici, vecchie stazioni ferroviarie, ora abbandonate, che raccontano la vita e la produzione dell’uomo, che io amo fotografare.







Mi piace cogliere, anche nel degrado e nella rovina, l’incanto e la sensazione che il tempo è rimasto immobile.

Durante un mio viaggio a Berlino, mi sono recata a Rudersdorf , una piccola cittadina a circa 30 Km a est di Berlino.
Rudersdorf è un grande museo a cielo aperto di Archeologia industriale, con diverse Fornaci per la lavorazione della calce, oramai in disuso.











In particolare ho visitato la “ Cattedrale della calce “,un grande ex Cementificio che è stato utilizzato dal 1874 al 1967, dove ho scattato le foto.









domenica 21 agosto 2011

PORTO VECCHIO E BIENNALE DIFFUSA A TRIESTE























Ho visitato nei giorni scorsi la Biennale Diffusa di Arte a Trieste, ospitata nel Magazzino 26 del Porto Vecchio, mi ha lasciato a bocca aperta non la mostra ovvero anche la mostra per motivi che spiegherò più avanti, ma il Porto Vecchio, una città unica, decadente, un luogo sospeso ma pieno di energia, di fascino.
























Passeggiare in questi enormi viali, con i vecchi binari del treno abbandonati e pieni di erbacce, i magazzini, costruiti con la pietra bianca del carso, deserti con l’edera che li abita, ma di innegabile bellezza, altri magazzini più piccoli locande, uffici con i tetti ricoperti di erba, edifici di mattoni dai tenui colori rosso-rosa con balaustre di ferro arrugginito ingentilite da eleganti ornamenti e capitelli, con le colonne e le scale di ghisa, dalle numerose finestre con vetri rotti, le vecchie porte di legno che all’interno custodiscono ancora tracce e odori di quello che accoglievano e le pensiline.














































Tra i vari edifici, in fondo si scorge il mare con i suoi moli.

E’ stato un percorso silenzioso, mistico e contemplativo
Si ha la sensazione che il tempo è rimasto immobile ma anche di sentire brusio di voci di diverse lingue, di vedere i portuali al lavoro, di vedere gli animali che attendevano l’imbarco, lo scarico-carico delle merci, i velieri attraccati ai moli, profumi di spezie.
Una città abbandonata ma ancora viva.


La storia del Porto Vecchio ha inizio nel 1719 quando l’imperatore Carlo VI d’Asburgo dichiarò la città di Trieste porto franco, e quindi decise di fare della città il principale sbocco al mare dell’Impero Asburgico.

A Trieste venne così istituito un deposito franco ed anche grazie a quest'ultimo si insediarono nella città 
















numerosi mercanti stranieri (tedeschi, boemi, greci, slavi, svizzeri, ebrei).

Nella seconda metà del XX secolo l'importanza del porto triestino continuò ad aumentare grazie all'arrivo del collegamento ferroviario con Vienna .
La costruzione di nuovi complessi ,attualmente indicati come Porto vecchio, ebbe inizio nel 1868 per opera dell’ingegnere francese Paulin Talabot e terminò nel 1893.
La superficie è di circa 700 mila metri quadrati, delimitati da un muro di cinta e con varchi doganali, con vari edifici disposti in modo regolare su tre assi paralleli alla linea di costa e realizzati in un periodo di tempo che va dagli ultimi due decenni dell’Ottocento ai primi anni del Novecento.
L’architettura di queste facciate è tipicamente austro-ungarica.
Gli edifici avevano la funzione di magazzini utilizzati come deposito di merci, ma alcuni anche di locanda.


















Per la costruzione si iniziò a sperimentare tecniche nuove come il cemento armato.

L’impiego della ghisa nelle strutture esterne, quali colonne con capitelli, scale, balaustre degli edifici dà agli stessi un aspetto solenne e seducente. In quell’epoca l’uso di questo materiale era sconsigliato, in quanto vicino al mare e quindi facilmente deteriorabile, ciò nonostante sono ancora in buono stato di conservazione.
















In una zona decentrata del Porto Vecchio sorge una centrale idrodinamica, edificio con un’alta ciminiera in laterizio e da due torri quadrate che affiancano la facciata principale, in funzione fino al 1988, gioiello di archeologia industriale.

C’è ancora la vecchia gru idraulica consumata dal tempo ma affascinante.









Nel 1926 inizia il declino perché si chiudono i rapporti con i porti del Nord-Europa.
Nel 1929 causa la crisi mondiale la situazione si aggrava, solo nel dopoguerra riprendono gli scambi commerciali e quindi si progetta un nuovo Porto in grado di gestire i nuovi traffici con i container.
Il Porto Vecchio viene così abbandonato e il territorio è ancora off-limits perché la zona è a regime porto franco.
Nei magazzini 24 e 25 sono stati ospitati fino al 2007 gli animali, mucche, capre, maiali, pecore in attesa dell’imbarco.
Nel magazzino 18 c’è tuttora un deposito di masserizie degli esuli istriani costretti ad abbandonare la loro terra.
Solo nel 2011 è stato finalmente riaperto, anche se parzialmente, il Porto Vecchio, in occasione della Biennale.
















Il Magazzino 26, è il primo edificio restaurato nel Porto Vecchio, e ospita dal 4 luglio al 27 novembre 2011 il Padiglione Friuli Venezia Giulia della 54. Esposizione Internazionale d’Arte - Biennale di Venezia, curata da Vittorio Sgarbi, in occasione del 150° dell’unità d’Italia. Artisti del Friuli-Venezia Giulia ma anche una sezione internazionale curata dall’Ice. Quasi duecento opere di pittori, scultori, ceramisti, fotografi, designer, videoartisti e grafici. Si incontrano e si confrontano con la loro opera, in una Regione da sempre feconda di contaminazioni culturali e artistiche di atmosfera centro-europeo che si conferma crocevia di idee e progetti.

Suggestivo l'approccio esterno con la scultura in rete d’acciaio e ferro di Nane Zavagno e le enormi trombe di legno di Romano Abate .



























Il percorso espositivo inizia al primo piano con la sezione InCe, promossa dall’Iniziativa Centro Europea e curata dal Comitato Trieste contemporanea, con opere di una quarantina di artisti residenti nei paesi InCE, di origine italiana o con forti legami con l’Italia.





















Al secondo piano sono esposte opere dei fotografi di Italo Zanier indicati come migliori rappresentanti della disciplina dal prof. Zannier.: Elio Ciol, Ulderica Da Pozzo, Mario Sillani Djerrahian, Pierpaolo Mittica, Mauro Paviotti, Donato Riccesi.Molto intense e suggestive le foto di P.P. Mittica, artista di Spilimbergo, fotografo umanista conosciuto a livello internazionale.










































Al terzo piano sono esposte le opere di artisti giovani e sconosciuti accostati a “famosi” regionali quali Giuseppe Zigaina, presente già negli spazi di introduzione del percorso espositivo con opere omaggio a Pier Paolo Pasolini che fu fra i suoi più cari amici. È un Pasolini inedito ritratto sul set e riproposto su tre manifesti diversi, Giorgio Celiberti, Nane Zavagno, Manuela Sedmach, Gillo Dorfles, e molti altri. Nel percorso espositivo viene proposta anche una selezione di artisti provenienti dalle Accademie e Istituti d’Arte della Regione.

































Il percorso si sviluppa lungo tutti i piani dell’edificio, gli interni sono meravigliosi, ma il terzo piano è particolarmente affascinante, simile all’arsenale di Venezia e si presta ad ospitare le opere più varie.Una location che riassume arte contemporanea, archeologia industriale e atmosfera austro-ungarica.Oltre all’osservazione delle opere, è impossibile e lo sguardo và da sé, non guardare attraverso le finestre e notare un’opera più bella di tutte, la visione dell’Adriatico con la luce del tramonto che ti apre il cuore.




A mio parere non tutte le opere esposte erano degne di avere questo palcoscenico.Per fortuna, il fascino del “ vecchio” Magazzino 26 ha aiutato tutta l’esposizione, e malgrado tutto, non sono stati intaccati i bei lavori di quei pochi grandi artisti presenti.

Le opere che mi sono piaciute Celiberti, Zavagno, Sedmach, Zigaina, Dorfles, Vecchiet, Martinelli, Palli, le fotografie di Mittica. Mi chiedo come mai non sono stati invitati altri artisti di rilevanza fondamentale della nostra Regione, che avrebbero sicuramente meritato più di altri, e su che principio sono state fatte le selezioni ?












lunedì 15 agosto 2011

GIARDINI LA MORTELLA - L'incanto di un giardino































Ischia, isola di origine vulcanica nel golfo di Napoli,

offre una varietà di scenari e ambienti molto vario,dal mare alle spiagge, agli scavi e museo archeologico, dai panorami da mozzare il fiato, alla storia con il Castello Aragonese, con l’acqua calda che sgorga dal sottosuolo, con le fumarole di montagna, con i suoi profumi intensi di fiori, di limoni, di spezie, con i suoi colori mediterranei abbaglianti , le case di pietra bianche che si stagliano in un cielo sempre di un azzurro intenso, con la vegetazione rigogliosa di piante grasse, di bouganville, di rose e di altre specie di fiori e piante verdi.



























In questa piccola, grande isola c’è un incantevole giardino sub-tropicale con specie floreali ed arboree provenienti da tutto il mondo tropicale dal nome “ La Mortella”.


































All’interno ho percepito un’atmosfera molto zen, una leggera brezza carica di magia,

circondata dal verde e dall’intenso profumo dei fiori, avevo la sensazione che le piante mi parlassero, mi osservassero,
ovunque mi girassi la vegetazione si allungava verso di me come in un abbraccio e poi i suoni dell’acqua nelle numerose fontane, cascate, nei piccoli corsi d’acqua.



















Il cinguettio degli uccelli, il canto delle cicale e dei grilli, insomma uno spettacolo nello spettacolo.

























Il giardino della Mortella - che nel dialetto napoletano indica il "mirto divino " - una pianta che spunta con grande abbondanza tra le rocce della collina su cui si sviluppa il giardino e che rivestiva notevole importanza nella mitologia greco-romana , a volte rappresentando la bellezza o la verginità, altre volte l'amore o la fortuna pagana.

























Nel 1949 il musicista William Walton e la moglie argentina Susana, dopo un soggiorno ad Ischia decisero di stabilirsi nell'isola .























I coniugi Walton costruirono ai piedi del monte Zaro, una colata di roccia lavica, una villa circondata da un grandioso giardino.

Nel 1956 venne chiamato ad Ischia, da Lady Walton, il noto architetto paesaggista inglese Russel Page grande ammiratore della musica di Walton; che disegnò l’impianto del giardino integrandolo fra le pittoresche formazioni rocciose di origine vulcanica, lo arricchì con fontane, cascate , vasche e corsi d’acqua che hanno favorito la coltivazione di una splendida collezione di piante acquatiche come il papiro, il fior di loto, le ninfee tropicali e le orchidee.


























Inoltre ci sono piante di grande valore botanico e di notevole effetto ornamentale come le felci arboree dell’Australia e Nuova Zelanda che formano un boschetto nel giardino a Valle, le preziose cycadaceae (Cycas, Encephalarthos, Zamia) piantate qui e là in tutto il giardino, le Aloe dal continente Africano.

Fra le piante più amate da Lady Walton ci sono quelle portate dall’Argentina – suo paese di origine – come la Chorysia speciosa e la Jacarandamimosifolia, o come le cycadacee, addirittura più antiche dei dinosauri.

























Il Giardino è diviso in Valle o giardino inferiore , e Collina o giardino superiore , e sono collegate fra loro con viali, sentieri, scalette e muri a secco, che di terrazza in terrazza arrivano in alto fino alle splendide vedute sulla baia di Forio.

La Valle disegnata da Russell Page, caratterizzata da un clima subtropicale, umida e protetta dal vento,
è percorsa da un rivolo d’acqua, sono presenti quattro fontane disegnate in momenti diversi ;
il Museo- casa che raccoglie oggetti e documenti sulla vita e l’attività di Walton e dove componeva le sue opere , una collezione di fotografie di Cecil Beaton celebre fotografo inglese, ed un teatrino di marionette opera di Lele Luzzatti, con i personaggi dei lavori di Walton;


























La famosa “ Victoria House “ o serra tropicale, dove è coltivata la ninfea gigante Victoria amazzonica, le sue enormi foglie rotonde possono raggiungere in natura i due metri e mezzo di diametro, mentre i fiori possono misurare anche quaranta centimetri. La parte inferiore delle foglie, lo stelo e la parte esterna del bocciolo sono coperti di spine acuminate. Robuste nervature piene d’aria alte fino a 15 cm. attraversano la pagina inferiore delle foglie permettendone il galleggiamento. I fiori che si innalzano sull’acqua sono profumatissimi e hanno una particolare modalità di fioritura: il primo giorno sono bianchi e sono di sesso femminile, il secondo rossi e di sesso maschile. ‘LEI’ sboccia all’imbrunire e resta aperta fino alla tarda mattinata del giorno seguente, poi si chiude.









LUI’ si riapre nel tardo pomeriggio con i petali e i sepali mutati in rosso porpora. In una sola notte il fiore cambia sesso e colore, per poi immergersi nelle acque. La Victoria cresce nei fiumi che formano il bacino del del Rio delle Amazzoni.
La vasca in cui cresce è denominata dalla “Bocca”, una scultura di Simon Verity che riproduce la maschera disegnata da John Piper sul sipario per Facade (opera di Walton).
Nella serra sono coltivate orchidee, bromelie, araceae e due splendidi rampicanti: lo Strongylodon macrobotrys e la Thumbergia misoriensis.








La Collina, interamente ideata e sviluppata da Lady Walton, con zone assolate e battute dal vento, e caratterizzate da vegetazione proveniente dalle aree mediterranee.

Sono presenti la Sala Thai, il giardino orientale , con un padiglione thailandese. Questo è un luogo di meditazione e quiete, isolato dal mondo circostante, circondato da uno stagno con fiori di loto, bambù e aceri giapponesi;
































Il Tempio del Sole, in cui si possono trovare parecchie piante acquatiche .
I l tempio è un'antica cisterna di acqua piovana per l'irrigazione riconvertita. Tre grandi ambienti affiancati si aprono fra pareti spesse un metro e mezzo, illuminati dai raggi di sole che filtrano dalle aperture nel soffitto. 













































La decorazione interna richiama antichi luoghi di culto, grazie alla presenza dell’acqua e dei bassorilievi di ispirazione mitologica, opera di Simon Verity, che illustrano l'affinità di Apollo, il Dio della Musica e della Poesia, con altre arti e scienze, quali la medicina, la danza, la crescita della flora, la natura, le selve antiche, oltre al suo ruolo di indovino e custode dell'Oracolo;

La Cascata del Coccodrillo; il Ninfeo; il Teatro greco e la Roccia di William, si tratta di una piramide naturale di pietra, che William Walton dichiarò essere la sua pietra il giorno in cui la proprietà fu acquistata, è posto su di un promontorio a circa 120 metri dal livello del mare, dove sono custodite le ceneri dell'artista.











All’interno del Giardino si trova una deliziosa Sala da Tè, con i selezionatissimi tè inglesi scelti da Lady Walton.
Alla morte di William Walton avvenuta nel 1983 , Lady Walton si attivò per realizzare le volontà del marito affinché la proprietà La Mortella continuasse a vivere in futuro, come centro per aiutare giovani musicisti, così come egli era stato aiutato da benefattori nei primi anni della sua carriera.






Quindi, creò due fondazioni gemelle la Fondazione William Walton e la Mortella, italiana, insieme al William Walton Trust, ente morale italo-britannico di cui è presidente d'onore il principe di Galles , Carlo d’Inghilterra . Lo scopo preminente delle fondazioni Walton è quello di fare della Mortella un centro di studio per giovani musicisti di talento
Ogni anno vengono organizzate due stagioni concertistiche: una dedicata alla musica da camera ed un’altra un Festival delle Orchestre Giovanili.
Questo giardino incantevole è stato creato in 50 anni con amore e determinazione e arte da Lady Walton per donare al marito un rifugio dove comporre in serenità e silenzio, lui componeva e lei dava vita ad un capolavoro, alimentando con acqua , fiori e piante un terreno vulcanico impervio, credendo nella sua forza, nel suo amore e nei suoi sogni, in ricordo del grande amore che hanno vissuto.































Il 21 Marzo 2010 a Ischia moriva Lady Walton, le sue ceneri, per sua espressa volontà, sono custodite nei Giardini La Mortella, nel Ninfeo. Un angolo seminascosto dei suoi giardini affacciato sul Golfo di Forio.
Sir Walton commissionò a Simon Verity il progetto del Ninfeo per dedicarlo alla moglie, al centro del Ninfeo si trova una fontana in acciaio con una dedica a Susana - quest'angolo verde è dedicato a Susana che qui ha lavorato con passione e crede nell'immortalità -.








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“Alberi tra cielo e terra” è una mostra itinerante tra Castelli e Palazzi storici del Friuli. Nel giugno 2024 la prima esposizione si è s...