lunedì 22 agosto 2011

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE A RUDERSDORF BERLINO










Tutto quello chiamato “usato” o “vecchio”, dai mobili, alle stoffe, ai libri, agli edifici ecc., ha sempre avuto un grande fascino su di me fin da quando ero piccola.
Mi è sempre piaciuto immaginare quello che contenevano i vecchi mobili delle nostre nonne, le belle stoffe dei vestiti, ma anche quelle dei vecchi materassi a righe con ancora le tracce della lana che ospitavano, i libri con le pagine ingiallite, insomma tutto quello che si trova nei mercatini, e nei luoghi piu’ disparati, che hanno gia’ avuto una loro vita, una loro storia, oggetti, materiali che amo rielaborare facendoli rivivere nella loro semplicità.








Un grande fascino, su di me, hanno anche le zone di degrado, le fabbriche abbandonate, macchinari, edifici, vecchie stazioni ferroviarie, ora abbandonate, che raccontano la vita e la produzione dell’uomo, che io amo fotografare.







Mi piace cogliere, anche nel degrado e nella rovina, l’incanto e la sensazione che il tempo è rimasto immobile.

Durante un mio viaggio a Berlino, mi sono recata a Rudersdorf , una piccola cittadina a circa 30 Km a est di Berlino.
Rudersdorf è un grande museo a cielo aperto di Archeologia industriale, con diverse Fornaci per la lavorazione della calce, oramai in disuso.











In particolare ho visitato la “ Cattedrale della calce “,un grande ex Cementificio che è stato utilizzato dal 1874 al 1967, dove ho scattato le foto.









domenica 21 agosto 2011

PORTO VECCHIO E BIENNALE DIFFUSA A TRIESTE























Ho visitato nei giorni scorsi la Biennale Diffusa di Arte a Trieste, ospitata nel Magazzino 26 del Porto Vecchio, mi ha lasciato a bocca aperta non la mostra ovvero anche la mostra per motivi che spiegherò più avanti, ma il Porto Vecchio, una città unica, decadente, un luogo sospeso ma pieno di energia, di fascino.
























Passeggiare in questi enormi viali, con i vecchi binari del treno abbandonati e pieni di erbacce, i magazzini, costruiti con la pietra bianca del carso, deserti con l’edera che li abita, ma di innegabile bellezza, altri magazzini più piccoli locande, uffici con i tetti ricoperti di erba, edifici di mattoni dai tenui colori rosso-rosa con balaustre di ferro arrugginito ingentilite da eleganti ornamenti e capitelli, con le colonne e le scale di ghisa, dalle numerose finestre con vetri rotti, le vecchie porte di legno che all’interno custodiscono ancora tracce e odori di quello che accoglievano e le pensiline.














































Tra i vari edifici, in fondo si scorge il mare con i suoi moli.

E’ stato un percorso silenzioso, mistico e contemplativo
Si ha la sensazione che il tempo è rimasto immobile ma anche di sentire brusio di voci di diverse lingue, di vedere i portuali al lavoro, di vedere gli animali che attendevano l’imbarco, lo scarico-carico delle merci, i velieri attraccati ai moli, profumi di spezie.
Una città abbandonata ma ancora viva.


La storia del Porto Vecchio ha inizio nel 1719 quando l’imperatore Carlo VI d’Asburgo dichiarò la città di Trieste porto franco, e quindi decise di fare della città il principale sbocco al mare dell’Impero Asburgico.

A Trieste venne così istituito un deposito franco ed anche grazie a quest'ultimo si insediarono nella città 
















numerosi mercanti stranieri (tedeschi, boemi, greci, slavi, svizzeri, ebrei).

Nella seconda metà del XX secolo l'importanza del porto triestino continuò ad aumentare grazie all'arrivo del collegamento ferroviario con Vienna .
La costruzione di nuovi complessi ,attualmente indicati come Porto vecchio, ebbe inizio nel 1868 per opera dell’ingegnere francese Paulin Talabot e terminò nel 1893.
La superficie è di circa 700 mila metri quadrati, delimitati da un muro di cinta e con varchi doganali, con vari edifici disposti in modo regolare su tre assi paralleli alla linea di costa e realizzati in un periodo di tempo che va dagli ultimi due decenni dell’Ottocento ai primi anni del Novecento.
L’architettura di queste facciate è tipicamente austro-ungarica.
Gli edifici avevano la funzione di magazzini utilizzati come deposito di merci, ma alcuni anche di locanda.


















Per la costruzione si iniziò a sperimentare tecniche nuove come il cemento armato.

L’impiego della ghisa nelle strutture esterne, quali colonne con capitelli, scale, balaustre degli edifici dà agli stessi un aspetto solenne e seducente. In quell’epoca l’uso di questo materiale era sconsigliato, in quanto vicino al mare e quindi facilmente deteriorabile, ciò nonostante sono ancora in buono stato di conservazione.
















In una zona decentrata del Porto Vecchio sorge una centrale idrodinamica, edificio con un’alta ciminiera in laterizio e da due torri quadrate che affiancano la facciata principale, in funzione fino al 1988, gioiello di archeologia industriale.

C’è ancora la vecchia gru idraulica consumata dal tempo ma affascinante.









Nel 1926 inizia il declino perché si chiudono i rapporti con i porti del Nord-Europa.
Nel 1929 causa la crisi mondiale la situazione si aggrava, solo nel dopoguerra riprendono gli scambi commerciali e quindi si progetta un nuovo Porto in grado di gestire i nuovi traffici con i container.
Il Porto Vecchio viene così abbandonato e il territorio è ancora off-limits perché la zona è a regime porto franco.
Nei magazzini 24 e 25 sono stati ospitati fino al 2007 gli animali, mucche, capre, maiali, pecore in attesa dell’imbarco.
Nel magazzino 18 c’è tuttora un deposito di masserizie degli esuli istriani costretti ad abbandonare la loro terra.
Solo nel 2011 è stato finalmente riaperto, anche se parzialmente, il Porto Vecchio, in occasione della Biennale.
















Il Magazzino 26, è il primo edificio restaurato nel Porto Vecchio, e ospita dal 4 luglio al 27 novembre 2011 il Padiglione Friuli Venezia Giulia della 54. Esposizione Internazionale d’Arte - Biennale di Venezia, curata da Vittorio Sgarbi, in occasione del 150° dell’unità d’Italia. Artisti del Friuli-Venezia Giulia ma anche una sezione internazionale curata dall’Ice. Quasi duecento opere di pittori, scultori, ceramisti, fotografi, designer, videoartisti e grafici. Si incontrano e si confrontano con la loro opera, in una Regione da sempre feconda di contaminazioni culturali e artistiche di atmosfera centro-europeo che si conferma crocevia di idee e progetti.

Suggestivo l'approccio esterno con la scultura in rete d’acciaio e ferro di Nane Zavagno e le enormi trombe di legno di Romano Abate .



























Il percorso espositivo inizia al primo piano con la sezione InCe, promossa dall’Iniziativa Centro Europea e curata dal Comitato Trieste contemporanea, con opere di una quarantina di artisti residenti nei paesi InCE, di origine italiana o con forti legami con l’Italia.





















Al secondo piano sono esposte opere dei fotografi di Italo Zanier indicati come migliori rappresentanti della disciplina dal prof. Zannier.: Elio Ciol, Ulderica Da Pozzo, Mario Sillani Djerrahian, Pierpaolo Mittica, Mauro Paviotti, Donato Riccesi.Molto intense e suggestive le foto di P.P. Mittica, artista di Spilimbergo, fotografo umanista conosciuto a livello internazionale.










































Al terzo piano sono esposte le opere di artisti giovani e sconosciuti accostati a “famosi” regionali quali Giuseppe Zigaina, presente già negli spazi di introduzione del percorso espositivo con opere omaggio a Pier Paolo Pasolini che fu fra i suoi più cari amici. È un Pasolini inedito ritratto sul set e riproposto su tre manifesti diversi, Giorgio Celiberti, Nane Zavagno, Manuela Sedmach, Gillo Dorfles, e molti altri. Nel percorso espositivo viene proposta anche una selezione di artisti provenienti dalle Accademie e Istituti d’Arte della Regione.

































Il percorso si sviluppa lungo tutti i piani dell’edificio, gli interni sono meravigliosi, ma il terzo piano è particolarmente affascinante, simile all’arsenale di Venezia e si presta ad ospitare le opere più varie.Una location che riassume arte contemporanea, archeologia industriale e atmosfera austro-ungarica.Oltre all’osservazione delle opere, è impossibile e lo sguardo và da sé, non guardare attraverso le finestre e notare un’opera più bella di tutte, la visione dell’Adriatico con la luce del tramonto che ti apre il cuore.




A mio parere non tutte le opere esposte erano degne di avere questo palcoscenico.Per fortuna, il fascino del “ vecchio” Magazzino 26 ha aiutato tutta l’esposizione, e malgrado tutto, non sono stati intaccati i bei lavori di quei pochi grandi artisti presenti.

Le opere che mi sono piaciute Celiberti, Zavagno, Sedmach, Zigaina, Dorfles, Vecchiet, Martinelli, Palli, le fotografie di Mittica. Mi chiedo come mai non sono stati invitati altri artisti di rilevanza fondamentale della nostra Regione, che avrebbero sicuramente meritato più di altri, e su che principio sono state fatte le selezioni ?












lunedì 15 agosto 2011

GIARDINI LA MORTELLA - L'incanto di un giardino































Ischia, isola di origine vulcanica nel golfo di Napoli,

offre una varietà di scenari e ambienti molto vario,dal mare alle spiagge, agli scavi e museo archeologico, dai panorami da mozzare il fiato, alla storia con il Castello Aragonese, con l’acqua calda che sgorga dal sottosuolo, con le fumarole di montagna, con i suoi profumi intensi di fiori, di limoni, di spezie, con i suoi colori mediterranei abbaglianti , le case di pietra bianche che si stagliano in un cielo sempre di un azzurro intenso, con la vegetazione rigogliosa di piante grasse, di bouganville, di rose e di altre specie di fiori e piante verdi.



























In questa piccola, grande isola c’è un incantevole giardino sub-tropicale con specie floreali ed arboree provenienti da tutto il mondo tropicale dal nome “ La Mortella”.


































All’interno ho percepito un’atmosfera molto zen, una leggera brezza carica di magia,

circondata dal verde e dall’intenso profumo dei fiori, avevo la sensazione che le piante mi parlassero, mi osservassero,
ovunque mi girassi la vegetazione si allungava verso di me come in un abbraccio e poi i suoni dell’acqua nelle numerose fontane, cascate, nei piccoli corsi d’acqua.



















Il cinguettio degli uccelli, il canto delle cicale e dei grilli, insomma uno spettacolo nello spettacolo.

























Il giardino della Mortella - che nel dialetto napoletano indica il "mirto divino " - una pianta che spunta con grande abbondanza tra le rocce della collina su cui si sviluppa il giardino e che rivestiva notevole importanza nella mitologia greco-romana , a volte rappresentando la bellezza o la verginità, altre volte l'amore o la fortuna pagana.

























Nel 1949 il musicista William Walton e la moglie argentina Susana, dopo un soggiorno ad Ischia decisero di stabilirsi nell'isola .























I coniugi Walton costruirono ai piedi del monte Zaro, una colata di roccia lavica, una villa circondata da un grandioso giardino.

Nel 1956 venne chiamato ad Ischia, da Lady Walton, il noto architetto paesaggista inglese Russel Page grande ammiratore della musica di Walton; che disegnò l’impianto del giardino integrandolo fra le pittoresche formazioni rocciose di origine vulcanica, lo arricchì con fontane, cascate , vasche e corsi d’acqua che hanno favorito la coltivazione di una splendida collezione di piante acquatiche come il papiro, il fior di loto, le ninfee tropicali e le orchidee.


























Inoltre ci sono piante di grande valore botanico e di notevole effetto ornamentale come le felci arboree dell’Australia e Nuova Zelanda che formano un boschetto nel giardino a Valle, le preziose cycadaceae (Cycas, Encephalarthos, Zamia) piantate qui e là in tutto il giardino, le Aloe dal continente Africano.

Fra le piante più amate da Lady Walton ci sono quelle portate dall’Argentina – suo paese di origine – come la Chorysia speciosa e la Jacarandamimosifolia, o come le cycadacee, addirittura più antiche dei dinosauri.

























Il Giardino è diviso in Valle o giardino inferiore , e Collina o giardino superiore , e sono collegate fra loro con viali, sentieri, scalette e muri a secco, che di terrazza in terrazza arrivano in alto fino alle splendide vedute sulla baia di Forio.

La Valle disegnata da Russell Page, caratterizzata da un clima subtropicale, umida e protetta dal vento,
è percorsa da un rivolo d’acqua, sono presenti quattro fontane disegnate in momenti diversi ;
il Museo- casa che raccoglie oggetti e documenti sulla vita e l’attività di Walton e dove componeva le sue opere , una collezione di fotografie di Cecil Beaton celebre fotografo inglese, ed un teatrino di marionette opera di Lele Luzzatti, con i personaggi dei lavori di Walton;


























La famosa “ Victoria House “ o serra tropicale, dove è coltivata la ninfea gigante Victoria amazzonica, le sue enormi foglie rotonde possono raggiungere in natura i due metri e mezzo di diametro, mentre i fiori possono misurare anche quaranta centimetri. La parte inferiore delle foglie, lo stelo e la parte esterna del bocciolo sono coperti di spine acuminate. Robuste nervature piene d’aria alte fino a 15 cm. attraversano la pagina inferiore delle foglie permettendone il galleggiamento. I fiori che si innalzano sull’acqua sono profumatissimi e hanno una particolare modalità di fioritura: il primo giorno sono bianchi e sono di sesso femminile, il secondo rossi e di sesso maschile. ‘LEI’ sboccia all’imbrunire e resta aperta fino alla tarda mattinata del giorno seguente, poi si chiude.









LUI’ si riapre nel tardo pomeriggio con i petali e i sepali mutati in rosso porpora. In una sola notte il fiore cambia sesso e colore, per poi immergersi nelle acque. La Victoria cresce nei fiumi che formano il bacino del del Rio delle Amazzoni.
La vasca in cui cresce è denominata dalla “Bocca”, una scultura di Simon Verity che riproduce la maschera disegnata da John Piper sul sipario per Facade (opera di Walton).
Nella serra sono coltivate orchidee, bromelie, araceae e due splendidi rampicanti: lo Strongylodon macrobotrys e la Thumbergia misoriensis.








La Collina, interamente ideata e sviluppata da Lady Walton, con zone assolate e battute dal vento, e caratterizzate da vegetazione proveniente dalle aree mediterranee.

Sono presenti la Sala Thai, il giardino orientale , con un padiglione thailandese. Questo è un luogo di meditazione e quiete, isolato dal mondo circostante, circondato da uno stagno con fiori di loto, bambù e aceri giapponesi;
































Il Tempio del Sole, in cui si possono trovare parecchie piante acquatiche .
I l tempio è un'antica cisterna di acqua piovana per l'irrigazione riconvertita. Tre grandi ambienti affiancati si aprono fra pareti spesse un metro e mezzo, illuminati dai raggi di sole che filtrano dalle aperture nel soffitto. 













































La decorazione interna richiama antichi luoghi di culto, grazie alla presenza dell’acqua e dei bassorilievi di ispirazione mitologica, opera di Simon Verity, che illustrano l'affinità di Apollo, il Dio della Musica e della Poesia, con altre arti e scienze, quali la medicina, la danza, la crescita della flora, la natura, le selve antiche, oltre al suo ruolo di indovino e custode dell'Oracolo;

La Cascata del Coccodrillo; il Ninfeo; il Teatro greco e la Roccia di William, si tratta di una piramide naturale di pietra, che William Walton dichiarò essere la sua pietra il giorno in cui la proprietà fu acquistata, è posto su di un promontorio a circa 120 metri dal livello del mare, dove sono custodite le ceneri dell'artista.











All’interno del Giardino si trova una deliziosa Sala da Tè, con i selezionatissimi tè inglesi scelti da Lady Walton.
Alla morte di William Walton avvenuta nel 1983 , Lady Walton si attivò per realizzare le volontà del marito affinché la proprietà La Mortella continuasse a vivere in futuro, come centro per aiutare giovani musicisti, così come egli era stato aiutato da benefattori nei primi anni della sua carriera.






Quindi, creò due fondazioni gemelle la Fondazione William Walton e la Mortella, italiana, insieme al William Walton Trust, ente morale italo-britannico di cui è presidente d'onore il principe di Galles , Carlo d’Inghilterra . Lo scopo preminente delle fondazioni Walton è quello di fare della Mortella un centro di studio per giovani musicisti di talento
Ogni anno vengono organizzate due stagioni concertistiche: una dedicata alla musica da camera ed un’altra un Festival delle Orchestre Giovanili.
Questo giardino incantevole è stato creato in 50 anni con amore e determinazione e arte da Lady Walton per donare al marito un rifugio dove comporre in serenità e silenzio, lui componeva e lei dava vita ad un capolavoro, alimentando con acqua , fiori e piante un terreno vulcanico impervio, credendo nella sua forza, nel suo amore e nei suoi sogni, in ricordo del grande amore che hanno vissuto.































Il 21 Marzo 2010 a Ischia moriva Lady Walton, le sue ceneri, per sua espressa volontà, sono custodite nei Giardini La Mortella, nel Ninfeo. Un angolo seminascosto dei suoi giardini affacciato sul Golfo di Forio.
Sir Walton commissionò a Simon Verity il progetto del Ninfeo per dedicarlo alla moglie, al centro del Ninfeo si trova una fontana in acciaio con una dedica a Susana - quest'angolo verde è dedicato a Susana che qui ha lavorato con passione e crede nell'immortalità -.








mercoledì 10 agosto 2011

IL FASCINO MISTERIOSO DELLA NATURA NELLE TELE DI ANTONELLA ONGARO





« La critica, portavoce dello sguardo che incontra l’opera d’arte, è per tradizione una risposta. Una risposta al quadro, alla scultura, in cui continuamente si rinnovano interrogativi che svaniscono, mentre la critica occupa l’intero spazio, padrona assoluta dei luoghi, monologo
(Dora Vallier, Dentro l’arte, Torino, Il Quadrante, 1990)




Conclusa l’esperienza dell’arte concettuale e di quella comportamentale, si è più volte parlato di una crisi dell’arte nel senso dell’emergere di una sostanziale mancanza di novità.

Secondo Jean Francois Lyotard, autore di un libretto sugli Immateriali, e teorico del post-moderno, l’uomo vivrebbe in una condizione di lunga crisi perché « disperatamente trascinato dalla tecnologia ». La condizione post-moderna, secondo questo autore, si identificherebbe con un cambiamento lento e profondo, lungo quanto la modernità, a cui lo stato di crisi impone nuove strategie di legittimazione; se moderno era il tempo storico, il post-moderno è una condizione ed una attitudine mentale.

Proprio questa sostanziale mancanza di novità, secondo la dottrina del movimento della Transavanguardia, sarebbe l’indice di una nuova e diversa mentalità dell’artista, che tenderebbe ad approfondire il proprio linguaggio anziché sperimentare tecniche nuove.

 

Il vecchio sperimentalismo, insomma, così ancorato a dottrine idealistiche, non avrebbe più ragione di esistere perché le ultime trovate e le ansiose ricerche di novità ad ogni costo si sarebbero esaurite con la fine degli anni cinquanta.


E’ in questo quadro – sia pure sinteticamente delineato – che si situa l’esperienza artistica di Antonella Ongaro, spilimberghese, che ha frequentato la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia sotto la guida del pittore tedesco Andreas Kramer.
La Ongaro lavora con materiali poveri quali terra, sacchi, tessuti riciclati, libri, legno, pietre, minerali, per trasmettere con semplicità sensazioni ed emozioni nascoste nell’animo umano.

Legata alla Transavanguardia, il movimento teorizzato nel 1979 da Achille Bonito Oliva ( e conosciuto anche come neo espressionismo) l’esperienza artistica di Antonella Ongaro è debitrice delle dinamiche instaurate dell’automatismo pittorico più noto, dopo la definizione datane nel 1952 dal critico francese Michel Tapiè, col termine di informale. Nonostante infatti che questo movimento fosse caratterizzato da un uso del colore informale, ad esso vi appartengono anche le ricerche materiche di Burri e Fontana, cui la pittrice rifà, anche filologicamente, per una intensa presenza di materiali poveri che costituiscono un tutt’uno con il colore.



« Il fine della natura è l’uomo. Il fine dell’uomo è lo stile ». Così recitava l’introduzione che un gruppo di artisti, riuniti attorno al movimento De Stijl – Lo Stile aveva posto come « incipit » di un documento nel quale venivano esposti i contenuti della loro originalissima proposta artistica. Tema di fondo di quel documento, quello della necessità dell’evoluzione dell’artista. Un evoluzione ineludibile, per opporsi a quella che il gruppo dei sottoscrittori definiva come la « dominazione individuale » nelle arti plastiche e, principalmente, alla forma ed al colore naturali.

E’ l’avvio (1919) del movimento espressionista, per il quale la maturazione dell’uomo e della sua coscienza naturale non poteva che rispecchiarsi nell’intero sviluppo dell’arte, dando avvio ad una « plastica nuova » e, quindi, ad un modo rinnovellato di esplicitare la tensione pittorica. Una esperienza importante perché – come ha avuto modo di rilevare Mario De Michelis in un suo studio sulle avanguardie artistiche del ‘900 - « gran parte dell’arte moderna è come immersa in una condizione espressionistica ».


Ed è proprio all’espressionismo, in particolare a quello di matrice francese a quello dei cosiddetti - « nuovi selvaggi tedeschi », che si riallaccia il neo espressionismo della transavanguardia in cui si riconosce Antonella Ongaro.
Seguendo motivi e richiami propri, oltre che dell’espressionismo, anche del simbolismo e dell’arte naive, la pittrice spilimberghese non ritrae più (se mai lo ha fatto) un mondo oggettivo, reale, chiaramente definito e strutturato in componenti geometriche e spaziali dalle coordinate immediatamente percepibili. Il « ponte » con la realtà del contingente è stato rotto dall’artista, « motu proprio», all’inizio della sua esperienza pittorica. Ne sono simboli incontrovertibili i coloriti fiori sfrangiati che si sviluppano a partire da archetipi della memoria, alla ricerca di una forma altra e diversa, che possa trovar posto nell’animo misterioso dell’universo.
Dove l’artista sente, di doversi misurare con la spiritualità dell’arte, con l’interna armonia di suoni e di musiche che la compongono. Il riferimento a Vassili Kandinsky è qui d’obbligo quando, nel suo Trattato sulla spiritualità dell’arte parla di una vera e propria presenza di Dio in essa. L’artista infatti, secondo Kandinsky, deve far risuonare questa armonia nello spirito dell’uomo con i poveri mezzi della pittura, « finalmente liberati dalla schiavitù dell’oggetto ».
































Proprio questo aveva in mente Goethe quando, in un suo epigramma, aveva scritto che « l’orecchio è muto, la bocca è muta; ma l’occhio sente e parla ». Ma anche il cuore, perché per accostarsi alle opere di Antonella Ongaro occorre andare ben oltre l’impressione codificata ed immanente al quadro, che non è mai composizione ordinata, decoro o, ancora, specchio di una realtà fissata sulla tela, quanto piuttosto espressione potente ed invadente di stati d’animo che vengono prepotentemente alla luce con i bagliori, gli èclats improvvisi di una introspezione che ha scavato fin dentro l’anima. Alla ricerca di un legame nuovo e diverso con le cose e con la realtà del proprio interiore: con sé stessi, innanzitutto, per esprimere la valenza straordinaria e simbolica al tempo stesso di una realtà altra e diversa da quella della quotidianità, in grado di permettere, magari per microscopici attimi, una liberazione dall’alienazione quotidiana.

Perché questa riappropriazione non sia solo interiormente e personalmente spirituale, ma pervenga anche ad una epifania simbolica Antonella Ongaro ha scelto di incarnarla in una materialità visibile, manipolando con il colore, materiali poveri come la terra, che richiamano l’uomo al biblico detto che lo vuole nato da polvere e ritornare in polvere : « memento quia es in pulvem reverteris ».

Assieme ad un « andar oltre » che fa tutt’uno con quel « premere », con quella istanza a « colpire il centro della realtà » e a non restare ancorati alla periferia di cui parlava, in uno scritto forse poco conosciuto ma alquanto stimolante, Khasimir Edschmit.
Uno scritto nel quale rilevava che « eran necessario premere sulla realtà affinché da essa sgorgasse il latente segreto », che è poi l’origine di quella deformazione espressionistica che si rifà a Van Gogh e al Munch del famosissimo Urlo.



Probabilmente è anche per questo che oltre le porte, le finestre e le grate che sembrano chiudere tanti suoi quadri, Antonella Ongaro rappresenta figure umane già passate oltre o in procinto di farlo : accattivante invito rivolto allo spettatore a penetrare più in fondo, ad entrare nel quadro. Un invito ad oltrepassare la « soglia proibita », vincendo il timore e la paura, osando una sfida che può portare ciascuno di noi a scoprire in sé il fascino misterioso della natura.


Un fascino che sa di armonia e di musica, di quella « musica di colori » di cui parlava Kandinsky, e che possiamo ben rappresentare con alcuni versi di Shakespeare.
Sono gli stessi versi che avevano profondamente commosso il pittore russo che, dopo essere stato a capo degli espressionisti di Monaco, divenne uno degli iniziatori dell’astrattismo :

« L’uomo che dentro di sé non ha la musica, 
che l’armonia di suoni non conosce, 
è incline al tradimento, al furto, alla perfidia; 
buia come la notte è la sua intelligenza, 
oscuro come l’Erebo è il suo pensiero. 
Diffida di quest’uomo! Ama la musica ».



Roberto Jacovissi











Alberi tra cielo e terra

“Alberi tra cielo e terra” è una mostra itinerante tra Castelli e Palazzi storici del Friuli. Nel giugno 2024 la prima esposizione si è s...